L’utilizzo del verderame nell’agricoltura biologica

I primi utilizzi del verderame in agricoltura risalgono al 1761, anno in cui questo elemento venne scoperto per la prima volta. Si osservò, infatti, che immergere i semi in una soluzione di solfati di rame inibiva le malattie fungine trasportate dai semi stessi. A partire dall’Ottocento il rame cominciò ad esser utilizzato anche per prevenire la formazione di muffe nella conservazione dei cereali essiccati.

Ma è soltanto a partire dal 1880 che lo scienziato francese Millardet, alla ricerca di una cura per la peronospora che infestava le viti, scoprì casualmente che un impasto di solfati di rame, calce e acqua, inizialmente utilizzato solo per scoraggiare i passanti dal “rubare” gli acini d’uva, in realtà era efficace per rendere immuni le piante dalle malattie; questo evento ha sancito la nascita della “poltiglia bordolese”.

Da allora e fino ai giorni nostri, i prodotti chimici a base di rame vengono largamente utilizzati in agricoltura per combattere le malattie fungine delle coltivazioni. Il rame è anche efficace come micronutriente per le piante, ma deve essere utilizzato con moderazione perché in quantità eccessive è in grado di intossicare la pianta.

Ma nell’agricoltura biologica il verderame viene utilizzato? Si tratta di una pratica autorizzata e contemplata dalla normativa? Scopriamo di più in questo articolo.

Come viene utilizzato il verderame

I prodotti rameici vengono impiegati in una diluzione di acqua seguendo dei dosaggi specifici e tutte le informazioni riportate in etichetta. Il preparato così ottenuto viene nebulizzato sulle piante attraverso una pompa irroratrice o atomizzatore a spalla.

Il composto maggiormente utilizzato è quello che viene comunemente definito come la “poltiglia bordolese” dal nome della città francese dove fu scoperta per la prima volta. Si tratta di una miscela rameica di rame e idrossido di calcio, dal colore azzurro chiaro che spicca sulle piante a cui viene applicato. Le proporzioni fra questi due elementi possono essere modificate a seconda dell’utilizzo che se ne deve fare: se si aumenta il solfato di rame la poltiglia diventa più acida e ha un effetto più immediato ma meno durevole nel tempo; viceversa, se si utilizza una maggiore dose di idrossido di calcio si ottiene l’effetto contrario, una miscela che agisce più lentamente, ma ha una maggiore durata nel tempo.

Per evitar però di intossicare la pianta, è sempre consigliato utilizzare una miscela neutra, rispettando le proporzioni standard.

L’efficacia dei trattamenti in rame deriva dagli ioni rameici che, una volta disciolti in acqua e in presenza di anidride carbonica, provocano un effetto tossico sulle spore dei funghi patogeni aggredendone da subito le pareti cellulari. In questo modo le spore non possono più germinare e crescere. Tuttavia, si tratta solo di un trattamento definito di “copertura”, che funziona solo sulle parti vegetali coperte dal trattamento stesso; nel momento in cui la pianta cresce, le parti non coperte dal composto non saranno protette e saranno potenzialmente soggette all’attacco degli agenti fungini.

Le alternative al verderame

Esistono alcune alternative al verderame, la cui efficacia è però legata alla tempestività dell’intervento. Si tratta di soluzioni maggiormente impiegate per prevenire la formazione di agenti fungini; esistono, ad esempio, trattamenti preventivi con macerato o decotti di equiseto capaci di stimolare le naturali difese delle piante. A queste soluzioni vanno poi aggiunti gli oli essenziali di aglio, finocchio, limone e pompelmo, tutte sostanze in grado di esercitare una funzione anticrittogamica.

Contro gli insetti più dannosi, particolarmente efficaci sono i trattamenti con le zeoliti e le polveri di rocce.

Il verderame è permesso nell’agricoltura biologica?

I prodotti a base di rame compaiono nell’elenco dei prodotti fitosanitari e degli antiparassitari ammessi dal Reg. CE 889/08, ossia il testo di riferimento attuale sull’agricoltura biologica valida in tutta l’Unione Europea, che afferma:

 “Composti del rame sotto forma di idrossido di rame, ossicloruro di rame, ossido di rame, poltiglia bordolese e solfato di rame tribasico”, e anche in questo caso, nella colonna a fianco, viene sancito: “Massimo 6 kg di rame per ettaro l’anno. Per le colture perenni, in deroga al paragrafo precedente, gli Stati membri possono autorizzare il superamento, in un dato anno, del limite massimo di 6 kg di rame a condizione che la quantità media effettivamente applicata nell’arco dei cinque anni costituiti dall’anno considerato e dai quattro anni precedenti non superi i 6 kg”.

Tuttavia, il 13 dicembre 2018 è uscito il Regolamento UE 1981, avente ad oggetto l’uso dei composti a base di rame in agricoltura (non soltanto biologica). Quali importante novità, è stato definito che il rame è una “sostanza candidata alla sostituzione”.

Sebbene l’utilizzo del rame venga contemplato e autorizzato anche nell’agricoltura biologica, non significa che sia una sostanza totalmente a impatto zero. L’agricoltura biologica è indubbiamente una garanzia aggiuntiva di tutela e rispetto dell’ambiente e del benessere dell’uomo, rispetto all’agricoltura tradizionale in cui vengono impiegate sostanze ben più impattanti del rame. Bisogna però prestare sempre attenzione all’utilizzo anche del verderame poiché in concentrazioni troppo elevare può portare a conseguenze negative.

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