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I vantaggi della zootecnia biologica

Un fenomeno in crescita che risponde alla domanda dei consumatori. Per il professor Gabriele Canali, economista agrario all’Università Cattolica di Piacenza e direttore del Crefis (Centro ricerche filiere suinicole) “l’Italia sta prestando molta più attenzione rispetto al passato al tema della zootecnia biologica. Fino a quattro o cinque anni fa la zootecnia bio era un’eccezione per pochi appassionati e allevatori molto determinati. Negli anni, anche a seguito di situazioni di criticità, c’è stato un aumento di interesse delle imprese sul bio, a partire dal settore lattiero caseario, anche come riposta alla crisi dei mercati che si è avuta dopo la fine del regime delle quote latte”.

Se la domanda potenziale esiste, per il prof. Canali “si tratta di organizzare l’offerta, aspetto tutt’altro che banale, anche se in alcuni casi, come nelle filiere del Grana Padano e ancor più del Parmigiano Reggiano, si registra un’attenzione nuova e crescente da parte dei produttori e dei consumatori. E anche sulle produzioni di carne il biologico sta incrementando i propri trend”. Un’attenzione che, rileva Canali, “tende ad aumentare quando ci si accorge che gli altri sbocchi di mercato sono congestionati e più in difficoltà. Il bio, infatti, è visto come una risposta in termini di opportunità di mercato”.

Prof. Canali, quali sono i vantaggi di una zootecnia biologica?

“I vantaggi sono quelli di avere un mercato potenziale aperto e interessato, nel quale vi sono molti spazi ancora da occupare e molte opportunità, come dicevo poco fa. Bisogna però rilevare che la produzione è un po’ complessa, richiede un’attenzione specifica e anche un adeguamento delle professionalità, che pure noi abbiamo, perché l’attività nel biologico comporta comunque degli adattamenti anche importanti nelle modalità di allevamento e di alimentazione. Quindi allevare in regime organic non è banale, ma le opportunità di mercato ci sono e sono assolutamente ampie, aperte, in crescita. Si tratta di offrire un prodotto con prezzi interessanti, perché il mercato li chiede”.

Quali sono i modelli produttivi che possono essere presi in considerazione?

“C’è moltissima attenzione al biologico in Paesi che sono piccoli per dimensione, ma con un reddito pro capite elevato, che magari vivono difficoltà ambientali come la Svizzera e l’Austria. Sono entrambi Paesi nei quali c’è molta attenzione sia alla produzione che ai consumi bio. Peraltro, le difficoltà ambientali in qualche misura spingono gli operatori a cercare degli spazi di redditività, come può succedere in larga parte del nostro Paese. In Svizzera e Austria c’è un’attenzione consolidata, con aziende di dimensioni variabili che nel biologico hanno investito in misura interessante. Ma non si tratta solo di produzione, in quanto sono a conoscenza di molte aziende svizzere che sottoscrivono contratti di fornitura sia di materie prime bio dall’Italia che di prodotti finiti o semilavorati. Questi sono Paesi nei quali andare a scovare modelli organizzativi e commerciali, anche produttivi”.

Una manifestazione come B/Open che cosa dovrebbe offrire?

“Sulla zootecnia bisogna riuscire a intercettare questi modelli esteri che sarebbe interessante offrire a livello nazionale, anche fornendo conoscenze e contatti con chi opera in questo senso. Oggi una manifestazione fieristica deve orientarsi verso due direzioni: sviluppando un’occasione b2b e fare formazione per imprese e operatori che lavorano in modo attivo sul settore”.