<img height="1" width="1" style="display:none" src="https://www.facebook.com/tr?id=952139031809568&amp;ev=PageView&amp;noscript=1">

L'importanza dei microrganismi per l'agricoltura: la parola a Claudia Sorlini, Università di Milano

“Il futuro sarà sempre più dell’agricoltura biologica, a patto che ricerca, sviluppo e innovazione ne accompagnino lo sviluppo, senza preconcetti”. Parola della professoressa Claudia Sorlini, docente emerito di Microbiologia agraria dell'Università di Milano, autrice di numerosi articoli scientifici, attualmente vicepresidente della Fondazione Cariplo e presidente della Casa dell’Agricoltura.

La sua prolusione “I microrganismi salveranno l’agricoltura?” ha inaugurato il 267° anno accademico dei Georgofili.

E non vi è alcuna contraddizione se, a parlare del futuro dell’agricoltura e di come sfamare il mondo, temi di vasta portata, è una studiosa che per una vita ha studiato l’infinitamente piccolo.

Perché è anche da lì – microrganismi, funghi, miceti - che arriverà una forte spinta della scienza allo sviluppo equilibrato del settore primario. Senza condanne alla chimica, ma con la consapevolezza che un mondo alternativo è possibile. E di questo sono convinte le stesse imprese del settore, se proprio la chimica sta investendo nella ricerca e sviluppo miliardi di euro.

B/Open ha intervistato la professoressa Sorlini su un tema particolarmente interessante per il futuro dell’agricoltura, non soltanto biologica.

Professoressa Sorlini, quando si affronta il tema dell’agricoltura si parla di ettari, di grandi estensioni, di tonnellate di prodotto. Raramente di microrganismi. Quali sono i vantaggi di quella che sembra essere una nuova frontiera?

Ha ragione, normalmente funghi, miceti e microrganismi vengono sottovalutati. Eppure, è ormai evidente che il terreno e la microflora, se ben trattati, diventano più produttivi e fanno risparmiare, creando vantaggi di carattere ecologico, ambientale ed economico. È una nuova filosofia che si affaccia e, ripeto, non è disgiunta dal miglioramento della produttività e, di conseguenza, migliori guadagni.

Se n’è accorta anche l’industria…

Sì. Il mercato internazionale dei prodotti biologici per l’agricoltura vede sempre il coinvolgimento delle grandi società dell’agrochimica. Sul versante degli agrobiofarmaci, il mercato ha fatto registrare tra il 2002 e il 2012 un incremento annuo del 15-20% e in totale del 200% nel periodo. Le previsioni al 2025 sono di un volume di affari di 9,4 miliardi di dollari. Quanto ai biostimolanti, anche questo mercato è cresciuto rapidamente soprattutto in Europa, dove vengono trattati su circa 8,5 milioni di ettari (dati 2016). Le vendite degli inoculanti, stimate in 808 milioni di dollari nel 2019, sono cresciute negli ultimi anni ad un ritmo del 10% l’anno con previsioni di raggiungere 1,2 miliardi di dollari entro il 2025.

Potrebbe darci un’idea del “peso” dei microrganismi sul pianeta?

I microrganismi sul pianeta, e vogliamo fare una stima, costituiscono nel loro complesso una biomassa in carbonio di 70 miliardi di tonnellate, contro i 60 milioni della popolazione umana, i 100 milioni degli animali in allevamento, i 7 milioni dei mammiferi selvatici e i 450 miliardi delle piante. Al di là dei numeri, per avvicinarsi al fenomeno in maniera più aperta, bisognerebbe superare il binomio che troppo spesso, erroneamente, si fa e che lega l’idea dei microrganismi alla malattia. Equazione riconosco forse più difficile da superare in una fase di pandemia.

Dal Green Deal che la Commissione europea ha presentato nei mesi scorsi potrebbe arrivare un aiuto concreto alla ricerca e sviluppo?

Sì. Ritengo che ricerca e sviluppo siano fondamentali per un nuovo approccio, che rappresenta – senza per questo demonizzarli – un’alternativa ai fertilizzanti. Il Green Deal pone degli obiettivi ambiziosi: la riduzione del 50% dei fitofarmaci più dannosi, il raggiungimento del 25% della superficie agraria a biologico, il contenimento dell’uso di fertilizzanti chimici e dell’uso di antibiotici negli allevamenti e in acquacoltura. Obiettivi che sono alla portata, purché si incentivino ricerca e sviluppo. Inoltre, i microrganismi possono rivelarsi utili nei processi di bonifica dei terreni inquinati.

Il futuro sarà dell’agricoltura biologica?

Sono convinta di sì e gli obiettivi indicati dal Green Deal lo dimostrano. Il modello biologico, se sarà ben gestito e si doterà di strumenti digitali, crescerà e darà occupazione in agricoltura. Già oggi, a ben vedere, offre maggiori opportunità.

Una delle accuse del bio è che non potrà sfamare il mondo. È vero?

È un discorso che si fa molto spesso. Il bio dovrà avere certamente più spazio, ma non si sta sostenendo che tutta l'agricoltura sarà biologica. Produrre di più non è l’unico modo per sfamare il mondo. Abbiamo bisogno di non perdere le produzioni in tutte le fasi della filiera, in quest’ottica, la catena del freddo sarà uno degli strumenti che aiuterà a ridurre drasticamente le perdite a livello globale. Contemporaneamente, la sfida si giocherà anche sul piano dello spreco alimentare: deve essere ridotto attraverso pratiche virtuose, anche quelle del dono e della distribuzione dei cibi. Anche in chiave di alimentazione dobbiamo ritrovare l’equilibrio che la dieta mediterranea ci garantisce. Inoltre, da anni la fame persiste anche in presenza di una produzione di alimenti superiore alla domanda, a testimoniare l'importanza di fattori socio economici e politici nella persistenza di questo problema.

Per il biologico quanto è importante investire in ricerca e sviluppo e in quale direzione?

La ricerca di nuovi prodotti per la protezione delle piante e per la biofertilizzazione e quelle sul miglioramento genetico delle piante e degli animali in allevamento sicuramente possono apportare vantaggi, così come la ricerca per adeguare le macchine agrarie alle nuove esigenze di sostenibilità ambientale. Inoltre ritengo che sia utile anche una contaminazione virtuosa tra fra biologico e convenzionale. Il biologico, ad esempio, dovrebbe essere molto più attrezzato dal punto di vista degli strumenti digitali. Capisco che la piccola azienda agricola potrebbe avere difficoltà ad investire, ma ci sono strumenti poco costosi come le app per incrociare le previsioni del tempo con i dati del proprio campo. In questo modo si potrebbe conoscere l’umidità del suolo e irrigare solo quando necessario, riducendo lo spreco idrico. O intervenire attraverso strumenti meccanici per l’agricoltura di precisione, che limita gli interventi in campo, riduce il compattamento del suolo e le emissioni di anidride carbonica e di altri inquinanti. E, d'altra parte l'agricoltura convenzionale dovrebbe acquisire dal biologico pratiche specifiche, atte a ridurre gli input energetici e a conservare la fertilità dei suoli, la biodiversità e a difendere l'ambiente. Ed è confortante vedere che questi processi di diffusione e scambio delle buone pratiche, al di là delle etichette, sono già in atto.

Il 45% delle aziende bio ha meno di 15 ettari. Il contoterzismo come potrebbe aiutare?

Sì, a patto che venga messo nelle condizioni di partecipare alle ricerche in campo, con macchine agricole che consentano risparmio di risorse e difesa del suolo in modo da sviluppare buone pratiche e incrementare lo spazio dell’agricoltura di precisione. La direzione deve essere quella di migliorare la sostenibilità in campo.