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Italia leader nell'export bio con 2,6 miliardi di euro nel 2019 (+8%)

Un fondo da 4,2 milioni di euro messi a disposizione dal ministero per le Politiche agricole per rilanciare la ricerca nel settore del biologico e una strategia che coniuga agro-ecologia, innovazione sostenibile e qualità delle produzioni, per assecondare il momento positivo che i consumi di biologico registrano in Italia e nel mondo. In particolare, a livello di internazionalizzazione, l’export di prodotti bio Made in Italy nel 2019 ha segnato un incremento dell’8% rispetto all’anno precedente, toccando i 2,6 miliardi. I consumi, invece, si sono collocati su valori pari a 4,35 miliardi di euro, a conferma dell’appeal del comparto, anche in tempo di Covid-19.

 

Sono alcuni dei dati emersi al convegno «Il ruolo dell’Italia nel mercato biologico internazionale», organizzato dal Ccpb di Bologna durante di B/Open, rassegna di Veronafiere dedicata al Bio-foods & Natural self-care.

L’Italia è un Paese vivace sul fronte dell’import-export e, in particolare, come ricordato da Fabrizio Piva, amministratore delegato del Ccpb, «in chiave di export siamo la seconda realtà alle spalle degli Stati Uniti».

 

Quanto all’import di prodotti bio da Paesi extra-Ue, ha detto Luca Romanini del ministero delle Politiche agricole, «i volumi dell’Italia si attestano ormai da tre anni attorno alle 160mila tonnellate. Un’evidenza chiara, che emerge dalle analisi del Mipaaf, riguarda la diversificazione degli acquisti in base alla provenienza. È così che i cereali bio arrivano principalmente dal Pakistan, la frutta dall’Ecuador, gli ortaggi dall’Egitto, il cacao dalla Repubblica Domenicana, il caffè dall’Honduras e i semi oleosi dall’Ucraina, con eccezione per la colza, proveniente in gran parte dal Togo, e dei semi di lino dall’Egitto. Se per lo zucchero biologico i volumi di import sono spalmati tra India e Colombia, per l’olio extravergine bio persiste un monopolio della Tunisia».

 

Per numerose realtà italiane, l’export di prodotti biologici è strategico e significativo anche in termini commerciali. Alessandro Torresi, direttore commerciale estero di Conserve Italia, ha portato la posizione di una delle aziende leader del mondo cooperativo a livello nazionale: “Ad oggi per noi il bio non è più una nicchia. Sono più di 300 le referenze esportate in oltre 30 Paesi, in grado di garantire un certo reddito ai nostri soci anche in Paesi come Francia e Germania, in cui la forza contrattuale della Gdo talvolta diventa davvero pressante per i prodotti convenzionali».

Il sistema del biologico è chiamato a uno scatto in avanti. Lo ha ribadito Fabrizio Piva, secondo cui «è necessario ripensare ad un biologico caratterizzato da meno controlli e più certificazioni a tutto vantaggio della qualità, del consumatore e, dunque, del sistema».

 

Il modello danese può essere un esempio al quale tendere? Il dibattito si è acceso a B/Open, alla luce dei numeri di uno Stato come la Danimarca, da anni al vertice dei consumi bio, con una spesa media pro capite, che nel 2019 ha toccato i 402 euro all’anno, contro i 54 dell’Italia.

«Oltre l’80% dei danesi compra biologico, spinti da una marcata attenzione alla qualità, al benessere animale e alla sostenibilità, tanto che la Danimarca è stato primo Paese con una regolamentazione sull’agricoltura biologica. Oggi il totale delle vendite di bio si aggira intorno ai 2,3 miliardi di euro», ha dichiarato Mette Gammicchia, direttore delle relazioni commerciali e di mercato del Consiglio danese per l’Agricoltura e l’Alimentazione.

I consumi nel segmento “fuori casa” sono un driver significativo nel modello danese. Nel 2019 la crescita è stata dell’11%, portando così il fatturato a 349 milioni di euro. A ottobre 2020, 3.340 locali hanno ottenuto l’etichetta bio per la ristorazione e le mense pubbliche e private sono il motore dell’organic way of life. Il bio, inoltre, è sinonimo di alta qualità, tanto che il numero di ristoranti danesi premiati dalle stelle Michelin è passato dai 12 del 2010 ai 35 del 2020.