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Covid-19, controlli sul biologico anche nel periodo di confinamento

«I consumi di biologico hanno tenuto e, anzi, si sono confermati in crescita. Le vendite online sono esplose e, ritengo, rimarranno superiori alla fase pre-confinamento, in quanto apprezzate come forma di servizio. I controlli sono stati garantiti da remoto e saranno integrati dalle visite ispettive. Nel periodo di lockdown abbiamo registrato un’accelerazione e alcuni cambiamenti che si trascineranno nel tempo. È assolutamente necessario che le istituzioni collaborino con le imprese agricole e la filiera del biologico per alleggerire al massimo la burocrazia, per semplificare e per sostenere un comparto che ha ancora margini di crescita».

L’analisi dello scenario nel periodo di confinamento e alcune soluzioni per agevolare la rinascita, naturalmente nel rispetto delle norme sulla sicurezza sul lavoro e il distanziamento sociale, è Fabrizio Piva, amministratore delegato del Ccpb di Bologna, partner di B/Open.

Dottor Piva, come avete operato durante la chiusura totale per Coronavirus?

«Nella fase di confinamento iniziata lo scorso 9 marzo, il settore agricolo e alimentare non ha chiuso, ma ha potuto operare osservando linee guida di rispetto della sicurezza sul lavoro e delle disposizioni in chiave di distanziamento sociale e prevenzione della diffusione del Covid-19. Pertanto, presso alcuni operatori è stato possibile compiere verifiche ispettive in loco. Dove, invece, non è stato possibile andare direttamente sul posto abbiamo svolto analisi documentali a distanza, videochiamate, collegamenti da remoto attraverso piattaforme per la comunicazione. Abbiamo, in buona sostanza, continuato a operare attraverso visite ispettive e controlli virtuali, che dovranno essere confermati da una successiva verifica ispettiva in loco, per attestare quello che è stato visto da remoto».

Quali difficoltà avete incontrato?

«Prevalentemente il rispetto del distanziamento sociale e che non si innescassero fenomeni di contagio a cascata. Ciò appunto in alcuni casi non ha permesso le visite sul posto, imponendo controlli a distanza. Alcune volte si è verificato un aumento dei tempi e dei costi, perché anche la stessa novità di gestione all’inizio ha comportato un cambiamento delle procedure, con un aumento dei tempi».

Le preoccupazioni future?

«Contenute quelle sanitarie, direi che sono di tipo economico.  Si dovrà ragionevolmente in fretta capire se la domanda di mercato sarà tale da garantire un minimo di recupero delle vendite, che per qualche operatore si sono ridotte notevolmente. E questo nonostante per il biologico ci sia stato un aumento della domanda a livello della grande distribuzione organizzata. Il biologico ha sedotto anche chi non lo acquistava prima, perché non potendo uscire al ristorante ha scelto prodotti bio di qualità come succedaneo al fuori-casa».

Questo è positivo…

«Certamente. Però l’aumento della domanda nella gdo ha compensato gli altri canali di vendita e i valori dell’export? Non è una risposta così semplice, ma non credo».

Il biologico è, di per sé, un prodotto di nicchia. Deve necessariamente costare di più rispetto al convenzionale?

«Innanzitutto i prezzi non devono e non possono essere predeterminati. Il valore di un prodotto è frutto di mille variabili, alcune delle quali neppure ipotizzabili, come abbiamo visto nel contesto della pandemia. Diciamo che in linea teorica è giusto che un prodotto biologico abbia un valore di mercato più elevato del convenzionale, in quanto i costi di produzione sono più alti nel cosiddetto organic e, magari, allo stesso tempo le rese talvolta sono inferiori. Ma la logica prevalente dovrà essere quella della domanda e dell’offerta. Così, potrà capitare di avere prodotti bio di private label che hanno prezzi inferiori rispetto allo stesso prodotto di marca convenzionale. Quindi, se paragoni mass market e private label con un prodotto di marca, succede anche che il bio costi meno».

Lei ha parlato di burocrazia come male endemico dell’Italia. Come certificatori quali richieste avanzate?

«Al ministero delle Politiche agricole abbiamo chiesto di snellire alcune procedure, che, al contrario, sono state talvolta complicate. Come enti di certificazione abbiamo un piano di controllo annuale in termine di numeri di verifiche e un piano di campionamento che deve essere ben calibrato, ma in frangenti emergenziali riscontriamo che dalle istituzioni non sempre si è avuta la consapevolezza delle difficoltà che abbiamo di fronte. Le risposte talvolta hanno complicato la gestione, moltiplicando le operazioni di invio dei dati (quotidianamente) e rallentando il lavoro, già di per sé più complesso con la modalità smart-working».

 

Photo by Jack Bain on Unsplash