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B/Open e Assocertbio accendono i riflettori sulle certificazioni del biologico per l’export

B/Open, rassegna dedicata al bio foods & natural self-care in programma il 23 e 24 novembre prossimi, e Assocertbio, associazione nazionale che certifica il 95% delle aziende biologiche italiane, accendono i riflettori sui principali mercati per l’export dei prodotti bio Made in Italy con un webinar dedicato alle certificazioni necessarie per vendere negli Stati Uniti, in Cina, Giappone e Taiwan, che rappresentano alcuni dei mercati più dinamici per consumi.

L’Italia, in particolare, è uno dei paesi più dinamici nel trading, con una quota di export di prodotti «organic» che ha superato i 2,2 miliardi di euro e consumi interni che hanno superato i 4 miliardi di euro.

L’evento online di questa mattina, rivolto ad approfondire gli strumenti per l’export nel settore biologico, si inserisce nel progetto di avvicinamento a B/Open, che il 23 e 24 novembre prossimi debutterà sulla piattaforma 100% digitale.

«In Italia Assocertbio è attrezzata per predisporre l’iter autorizzativo finalizzato ad esportare – afferma Riccardo Cozzo, presidente dell’associazione nazionale -. Le norme prevedono in alcuni casi l’equivalenza parziale fra gli standard europei e di altre aree geografiche del pianeta, mentre in altre situazioni il percorso di riconoscimento degli standard è più complesso, riguardando non soltanto il prodotto finito, ma anche l’intera filiera come nel caso della Cina, del Brasile o di Taiwan».

L’Asia è un continente in forte evoluzione, con mercati in crescita e interessati ai prodotti biologici. In particolare, elenca Amalia Rueda, technical manager per le Attività internazionali di Bioagricert Srl, «olio di oliva, pasta, derivati del pomodoro e succhi ottenuti dagli agrumi sono le prime voci di importazione dall’Italia in Giappone, dove il percorso per ottenere l’idoneità all’export dura anche meno di un mese, ma sono richieste specificatamente in etichetta l’indicazione di due figure chiave: un responsabile del processo produttivo e un responsabile della conformità dell’intero processo produttivo allo standard nipponico Jas».

Ogni Paese presenta sfumature che non devono assolutamente essere sottovalutate, se si vuole vendere. Può sembrare strano, ma Taiwan proibisce l’utilizzo di voci quali organic, pena l’irrogazione di sanzioni per etichettatura fraudolenta.

La Cina, ricorda Qi Xu, responsabile della certificazione bio internazionale OFDC (Organic Food Development Center in China), è il quarto mercato al mondo con un valore delle vendite al dettaglio pari a 8,1 miliardi di euro, una cifra che lo colloca alle spalle di Stati Uniti (40,6 miliardi), Germania (10,9 miliardi) e Francia (9,1 miliardi di euro).

«I principali prodotti bio richiesti dal mercato cinese – spiega Qi Xu – sono quelli lattiero caseari, zucchero di canna, vino rosso, olio di oliva». La certificazione per l’export è rilasciata direttamente dagli enti cinesi attraverso una certificazione di filiera e la fase agricola viene ispezionata quando i frutti sono in campo. È richiesto anche, come requisito preliminare l’analisi di aria, acqua e suolo. L’iter di certificazione prevede complessivamente dieci passaggi, che terminano con l’applicazione di adesivi anti contraffazione sul prodotto messo in commercio.

La Corea del Sud ha siglato un accordo di equivalenza con l’Unione europea, ma sul bio l’acquacoltura è rimasta fuori dall’accordo. Per esportare in Canada, invece, bisogna porre attenzione al bilinguismo francese e inglese richiesto obbligatoriamente sulle etichette.

Un altro mercato fondamentale per l’Unione europea e l’Italia è quello statunitense, dove dal 2012 è in vigore un accordo di equivalenza, tanto che, ricorda Roberto Maresca, responsabile schemi di certificazione internazionali di Ccpb, «i prodotti certificati come bio in Ue possono essere venduti come organic in Usa, purché abbiano subito l’ultima lavorazione o il confezionamento finale in Ue. Salvo alcune eccezioni in materia di vino o di prodotti animali trattati con antibiotici, per esportare dall’Unione europea non servono ulteriori certificazioni, con il vantaggio di minori costi a carico delle aziende che esportano». Anche sul mercato americano, così come su quello europeo e asiatico, il biologico è in crescita.