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Assocertbio sposa B/Open: «Fiera professionale e modello innovativo»

Prospettive del settore e trend di sviluppo del biologico: a parlare di queste tematiche è Riccardo Cozzo, presidente di Assocertbio, l’associazione nazionale che raggruppa i principali organismi di certificazione del biologico italiani (Abcert, Bioagricert, Bios, Ccpb, Ecogruppo Italia, Icea, Sidel Italia, Suolo e Salute e Valoritalia).

«B/Open ci ha colpito molto favorevolmente e come Assocertbio abbiamo deciso di aderire perché è un progetto che prevede la valorizzazione delle filiere. Questo ci permette di valorizzare le nostre produzioni territoriali, caratterizzate da elevata qualità e da materie prime locali. B/Open, inoltre, è una fiera professionale che promuove un modello innovativo di relazione e per un’associazione come la nostra che ha come obiettivo lo sviluppo del biologico certificato è stata una partnership naturale».

L’associazione si è affermata come rappresentanza dei certificatori, ma vuole spingersi anche a diventare – grazie all’adesione ai propri sistemi di oltre 80mila aziende nelle filiere del bio – un punto di riferimento per lo scenario di settore. «Abbiamo attivato come Assocertbio un osservatorio sui dati di sviluppo – precisa Cozzo – dal momento che la nostra realtà rappresenta il 95% del totale nei segmenti della produzione, della trasformazione e distribuzione».

Presidente Cozzo, come sta il settore biologico e quali sono le prospettive?

«Il settore è in continua crescita, tanto che oggi il biologico rappresenta il 15% della superficie agricola utilizzata e non può più essere considerato alla stregua di un’agricoltura marginale. Anzi, insieme alle Dop, Igp e alle altre produzioni di eccellenza, il biologico compone il panorama delle grandi produzioni di qualità italiane».

Il trend di sviluppo, però, quest’anno è stato meno brillante rispetto al passato.

«Sì, è così. Oggi il bio si trova in una fase di sviluppo meno dinamico rispetto al passato. L’anno scorso il tasso di crescita del biologico è stato del 4,7%, mentre quest’anno, in base a una prima elaborazione, abbiamo registrato una crescita del 2,5-3%, perché stanno diminuendo le aziende agricole miste, che si occupano cioè di produzione e trasformazione».

Come mai?

«Lo imputiamo all’effetto deterrente del decreto legislativo 20 del 2018, che ha appesantito la burocrazia e previsto sanzioni pecuniarie aggiuntive particolarmente onerose per le piccole e medie imprese, dal momento che non è stata riconosciuta una proporzionalità delle sanzioni. Stiamo lavorando con il ministero delle Politiche agricole, che aveva assicurato il proprio interessamento per correggere alcuni aspetti che come operatori riteniamo incongrui. Speriamo di riuscire entro l’anno».

Di che cosa ha bisogno il settore biologico, oltre ai correttivi del decreto 20/2018?

«Il settore ha bisogno di una politica di sviluppo che poggi su tre pilastri quali la ricerca, l’assistenza tecnica e la formazione, perché finora la ricerca scientifica si è poggiata solo grazie a progetti sporadici, affidati alla buona volontà di qualche Università o di qualche imprenditore particolarmente illuminato. Eppure, è solo formando gli operatori che si alza il livello qualitativo e, parallelamente, diminuiscono i casi di non conformità, che sono da imputare alla mancanza di supporto e conoscenza. Per questo spingiamo per una strategia nazionale che assecondi la crescita del nostro comparto».

Più specificatamente, dove dovrebbe concentrarsi la ricerca scientifica?

«Sul miglioramento e l’innovazione delle tecniche coerenti al metodo di produzione biologico, concentrandosi sulle tecniche agronomiche, di difesa, nel miglioramento della fertilizzazione organica. In questi anni sono fatti passi avanti su cover crop, sovesci, lotta biologica, tutti frangenti peraltro che possono avere ritorno e applicazione anche nell’agricoltura integrata e sostenibile e non solo nel segmento del bio».

Parlando di tecniche in campo, un’alleanza fra agricoltori biologici e contoterzisti andrebbe intensificata?

«Assolutamente sì, magari con la creazione di tavoli comuni, perché quello che serve al biologico è un approccio scientifico e un dialogo sull’introduzione di moderne tecniche in campo, come ad esempio l’agricoltura di precisione o i trattamenti di lotta biologica attraverso i droni».

A livello di accordi internazionali fra Unione europea e altri Stati, secondo lei il biologico è sufficientemente protetto o adeguatamente riconosciuto?

«In passato è stato commesso l’errore di riconoscere prodotti biologici ottenuti con standard americani o giapponesi o comunque secondo parametri extra-Ue, senza che venisse riconosciuta l’equivalenza. Senza soffermarsi ad analizzare ogni accordo in essere, quando si parla di protocolli negoziali dobbiamo sempre tenere presenti due aspetti: la reciprocità e l’internazionalizzazione delle imprese biologiche, le quali hanno una forte componente di piccole e medie imprese e, dunque, hanno solitamente maggiori difficoltà di export. Oggi le esportazioni sono determinanti e devono essere sostenute e agevolate. Ritengo in via generale che gli accordi internazionali siano una grande opportunità e debbano essere agevolate, attraverso il sostegno dell’Italia, dell’Ue e a patto che il libero scambio comprenda la reciprocità».

Anche nel biologico il made in Italy è un valore aggiunto?

«Certamente! Il made in Italy per l’agroalimentare è un modello, anche di cultura. Pensiamo alla dieta mediterranea, alla qualità e all’origine delle produzioni. Questo vale anche per il biologico e, bisogna riconoscerlo, i nostri sistemi di controllo sono molto più attenti e avanzati rispetto ad altri, anche nel caso dei nostri partner europei. E questo si trasforma in una conferma della qualità del prodotto italiano, anche nel biologico».