Il packaging sempre più un driver di acquisto dei prodotti di cosmesi

Il packaging è un driver di acquisto, che racconta la filosofia dell’azienda e che risponde a requisiti normativi, di praticità nell’utilizzo, di sicurezza del prodotto, di marketing, di sostenibilità”. Il messaggio che Carla Tufano, responsabile produzione, pianificazione e packaging dell’azienda cosmetica Athena’s srl, lancia durante la seconda parte del webinar organizzato da B/Open (rassegna di Veronafiere dedicata al Bio-food and natural self-care, in programma in presenza prossimi 9 e 10 novembre), è chiarissimo: quando si sceglie il packaging entrano dunque in gioco più esigenze e più valori, guai a ridurre tutto solamente all’impatto ambientale, che pure ha un peso significativo, tenuto conto che il 42% degli imballaggi è di plastica.

La ricerca non si ferma e la sfida è, appunto, quella di contenere o ridurre l’impiego di materiale plastico sostituendolo a imballaggi in grado di garantire stabilità e corretta conservazione dei prodotti, ma riducendo emissioni e impatto ambientale.

E se il Cipack (Centro interdipartimentale per il packaging dell’Università di Parma, rappresentato dalla professoressa Antonella Cavazza) studia come trasformare gli imballaggi tradizionali in una formula “attiva”, in grado cioè di presentare, ad esempio, “proprietà antiossidanti e antibatteriche” e si analizzano gli impatti dei pack secondari e terziari, quelli cioè non a contatto diretto del prodotto, ma che potrebbero comunque influenzare in qualche modo la qualità e le caratteristiche del contenuto, dire addio alla plastica è prematuro. “Meglio concentrarsi sulle scelte che riducono l’impatto ambientale, senza cedere a scelte ad effetto, ma partire dall’analisi del Life Cycle Assessment e individuare il materiale più corretto e di minore impatto”, dice Paolo Lucchese, responsabile Ricerca e Sviluppo e membro del board strategico di Prodeco Pharma.

Ad oggi, rivela Anna Caldiroli – direttore scientifico di Cosmetic Technology e moderatrice del webinar di B/Open “manca una specifica normativa per gli imballaggi nella cosmesi, per cui per alcuni aspetti i riferimenti devono essere desunti dai regolamenti che si occupano di sicurezza dei prodotti alimentari”.

La missione è quella di essere eco-sostenibili. Questo per Athena’s significa “scegliere il più possibile packaging a basso impatto ambientale, frutto di materiale riciclato e/o riciclabile, ingredienti da agricoltura biologica, utilizzando per i processi di lavorazione e confezionamento l’energia pulita prodotta in azienda dal nostro impianto fotovoltaico”, racconta Carla Tufano.

Per Lucchese di Prodeco, “il packaging dei nostri prodotti è stato convertito in materiale riciclabile al 100% e, ove possibile, con l’utilizzo di materiale riciclato da post consumo. Recentemente abbiamo avviato un progetto per lo studio di geometrie ottimizzate per i nostri flaconi in materiale plastico, così da ottenere una significativa riduzione del peso abbattendo ancora di più l’impatto ambientale generale”.

Indispensabile la formazione e la continua ricerca, così da evitare di essere sopraffatti da notizie non supportate a livello scientifico, che potrebbero alimentare preconcetti, disinformazione, posizione errate e pregiudizi difficili poi da scalfire. Un esempio? Lo fornisce Lucchese. “L’acido polilattico è considerato eco-friendly e a basso impatto ambientale, ma gli studi hanno dimostrato che non è il migliore materiale utilizzabile”. O, ancora, va respinta al mittente la convinzione che le fonti vegetali, necessarie per creare alcune tipologie “green” di polietilene, rubino spazio alle colture destinate all’alimentazione. I numeri smentiscono tale tesi, perché solo lo 0,016 della superficie agricola è impiegata per tale scopo e non sottrae materia prima per il cibo.

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